César Chesneau du Marsais
Il filosofo (seconda ed ultima parte)
La maggior parte dei grandi, cui le dissipazioni non lasciano tempo per meditare, sono feroci con coloro che non credono loro eguali. I filosofi ordinari, che meditano troppo, o piuttosto che meditano male, lo sono con tutto il mondo: fuggono dagli uomini, e gli uomini li evitano. Ma il nostro filosofo, che sa dividersi tra la vita ritirata ed il commercio degli uomini, è pieno di umanità. E' il Cremete di Terenzio, che sente di essere uomo, e che la sola umanità induce ad interessarsi della buona o cattiva sorte del prossimo. Homo sum, umani a me nihil alienum puto.
Sarebbe inutile qui rimarcare quanto il filosofo tiene a tutto ciò che si chiama onore e probità. La società civile è per lui, per così dire, una divinità sulla terra; egli la incensa, la onora con la probità, con una attenzione esatta ai suoi doveri e con un desiderio sincero di non essere un suo membro inutile ed imbarazzante. Il senso di probità fa parte della costituzione meccanica de filosofo quanto il lume dello spirito. Quanta più ragione trovate in un uomo, tanta più probità troverete in lui. Al contrario, dove regnano fanatismo e superstizione, regnano le passioni e la collera: è lo stesso temperamento occupato in oggetti differenti: Maddalena che ama il mondo e Maddalena che ama Dio; si tratta pur sempre di Maddalena che ama.
Ciò che fa un uomo onesto non è agire per amore o per odio, per speranza o per timore, ma è il fatto di agire per spirito d'ordine o per ragione: tale è il temperamento del filosofo. Ora, non c'è da contare che sulle virtù del temperamento; affidate il vostro vino a colui cui per natura non piace, non a colui che continuamente rinnova il proposito di non ubriacarsi più.
Il devoto è un uomo onesto solo per passione; ma le passioni non sono nulla di sicuro: di più, il devoto, oso dire, ha l'abitudine di non essere onesto in rapporto a Dio, perché ha abitualmente non ne segue esattamente le regole.
La religione è così poco adeguata all'umanità, che l'uomo più giusto è infedele a Dio sette volte al giorno, vale a dire molte volte: le continue confessioni dei più devoti tra gli uomini ci mostrano, nel loro cuore, secondo il loro modo di pensare, un continuo avvicendarsi del bene e del male; basta, in ciò, credersi colpevoli per esserlo!
La lotta eterna, nella quale l'uomo soccombe consapevolmente così spesso forma in lui una abitudine ad immolare la virtù al vizio; egli si abitua a seguire la sua inclinazione ed a fare dei peccati, con la speranza di redimerli con il pentimento: quando si è cosi spesso infedeli a Dio, ci si dispone insensibilmente ad esserlo con gli uomini.
D'altra parte, l'oggi ha sempre trovato più forza nello spirito dell'uomo del domani. La religione non trattiene gli uomini che attraverso un domani che l'amor proprio induce sempre a considerare da un punto di vista molto distante. Il superstizioso si illude costantemente di avere tempo per riparare ai suoi peccati, per evitare le pene e meritare le ricompense: perciò l'esperienza ci mostra che il freno della religione è ben debole. Nonostante le favole credute dal popolo sul diluvio di fuoco divino sulle cinque città, nonostante i quadri vivaci sulle pene e le ricompense eterne, nonostante tanti sermoni e prediche, il popolo resta lo stesso. La natura è più forte delle chimere: pare che sia gelosa dei suoi diritti; spesso di libera della catene cui la cieca superstizione tenta follemente di tenerla legata: solo il filosofo, che sa profittarne, la regola con la ragione.
Esaminate coloro contro cui la giustizia è obbligata a usare la sua spada: troverete temperamenti ardenti o degli spiriti poco illuminati, e sempre dei superstiziosi o degli ignoranti. Le passioni tranquille del filosofo possono condurlo alla voluttà, ma non al crimine; lo guida la sua ragione coltivata, e giammai lo conduce al disordine.
La superstizione fa sentire debolmente quanto è importante per gli uomini, riguardo al loro interesse presente, seguire le leggi della società; essa condanna quelli che la seguono solo per questo motivo, che chiama con disprezzo motivo umano: il chimerico è per essa più perfetto del naturale; così, le sue esortazioni non operano che come può operare una chimera; esse turbano, spaventano, ma quando la vivacità delle immagini che hanno suscitato si affievolisce, quando il fuoco passeggero dell'immaginazione si è spento, l'uomo resta senza lume, abbandonato alla debolezza del suo temperamento.
Il nostro saggio, che non aspetta né teme niente dalla morte, sembra avere un motivo in più per essere un uomo onesto durante la vita; egli guadagna della consistenza, per così dire, e della vivacità nel motivo che lo fa agire; motivo tanto più forte, in quanto puramente umano e naturale. Questo motivo è l'intima soddisfazione che prova ad essere soddisfatto di se stesso, nel seguire le regole della probità; motivo che l'uomo superstizioso non ha che imperfettamente: poiché tutto che di buono v'è in lui, l'attribuisce alla grazia. A questo motivo se lega ancora un altro motivo ben potente; è l'interesse proprio del saggio, che è presente e reale.
Separate per un momento il filosofo dall'uomo onesto: cosa resta? La società civile, suo unico Dio, l'abbandona; eccolo privato di tutte le dolci soddisfazioni della vita; eccolo bandito senza rimedio dal commercio della gente onesta: perciò importa a lui più che agli altri uomini disporre tutte le se risorse per produrre effetti conformi all'idea dell'uomo onesto. Non temiate che, se nessuno lo guarda, egli si abbandoni ad azioni contrarie alla probità. No. Questa azione non sarebbe conforme alla disposizione meccanica del saggio; è impastato, per così dire, con il lievito dell'ordine e della regole; è riempito delle idee del bene della società civile, di cui conosce i principi meglio degli altri uomini. Il crimine troverebbe in lui troppa opposizione; dovrebbe distruggere troppe idee naturali e troppe idee acquisite. La sua facoltà d'agire è per così dire come una corda musicale accordata su un certo tono: essa non potrebbe produrne uno contrario. Teme di stonare, di entrare in disaccordo con se stesso; e ciò mi fa venire il mente di quello che Velleio dice di Catone d'Utica. "Egli non ha mai - dice - compiuto delle buone azioni per mostrare di averle fatte, ma perché non gli era possibile fare altrimenti".
D'altra parte tutte in tutte le loro azioni gli uomini non cercano altro che la propria soddisfazione attuale: è il bene, o piuttosto l'attrattiva presente, secondo la disposizione meccanica in cui si trovano, che li fa agire. Or, perché credete che, poiché il filosofo non attende né pena né ricompensa dopo questa vita, egli debba trovare un'attrattiva presente che lo porti a uccidervi o ingannarvi? Non è, al contrario, più disposto, per le sue riflessioni, a trovare maggiore attrattiva e piacere a vivere con voi, ad attirarsi la vostra fiducia la vostra stima, ad assolvere i doveri dell'amicizia e della riconoscenza? Questi sentimenti non sono nel fondo dell'uomo, indipendentemente da ogni credenza sull'avvenire? E ancora: l'idea di uomo disonesto è tanto opposta all'idea di filosofo, quanto lo è l'idea dello stupido; e l'esperienza mostra ogni giorno che più si posseggono sono ragione e lumi, più si è sicuri e adatti al commercio della vita. "Uno sciocco, dice la Rochefoucault, non ha abbastanza stoffa per essere buono": si pecca perché i lumi sono meno forti delle passioni; ed in un certo senso è vera la massima teologica che ogni peccatore è ignorante.
Questo amore della società così essenziale per il filosofo, mostra quanto è vera l'osservazione dell'imperatore Antonino: "I popoli saranno felici quando i re saranno filosofi, o quando i filosofi saranno re"!
Il superstizioso, levato ai grandi impieghi, si considera troppo estraneo sulla terra per interessarli realmente agli altri uomini. Il disprezzo della grandezza e delle ricchezze, e gli altri principi della religione, malgrado le interpretazioni che si è stati costretti a darne, sono contrari a tutto ciò che può rendere un impero felice e fiorente.
Il giudizio che lo vincola sotto il giogo della fede diventa incapace dell'ampiezza di visione richiesta dal governo, e che è così necessaria per gli impieghi pubblici. Si fa credere al superstizioso che è un essere supremo che lo ha elevato sugli altri: è verso questo essere, e non verso il pubblico, che si rivolge la sua riconoscenza.
Sedotto dall'autorità che gli dà il suo stato, ed alla quale gli altri uomini hanno voluto sottomettersi per stabilire tra di loro un ordine certo, egli si persuade facilmente che egli è elevato sugli altri per la propria felicità, e non per lavorare per la felicità degli altri. Egli si considera il fine ultimo di una dignità che, in fondo, non ha altro oggetto che il bene della repubblica e dei singoli che la compongono.
Entrerei volentieri in maggiori dettagli, ma basta considerare quanto maggior utile la repubblica possa trarre da coloro che, elevati alle grandi cariche, sono pieni di idee di ordine e bene pubblico, e di tutto ciò che si chiama umanità; e bisognerebbe augurarsi che se ne escludano tutti coloro che, per il carattere del loro spirito o per cattiva educazione, sono pieni di altri sentimenti.
Il filosofo è dunque un onest'uomo che agisce in tutto secondo ragione, e che unisce a uno spirito di riflessione e di giustizia i costumi morali e le qualità sociali.
Da questa idea è facile concludere quanto il saggio insensibile degli stoici sia lontano dalla perfezione del nostro filosofo: noi vogliamo un uomo, mentre il loro saggio non è che un fantasma. Essi si vergognavano dell'umanità, e noi ce ne gloriamo; noi vogliamo mettere la passione a profitto; noi vogliamo farne un uso ragionevole, e conseguentemente possibile, mentre essi volevano follemente annientare le passioni, e umiliare la nostra natura per una chimerica insensibilità. Le passioni legano gli uomini tra loro, e per noi non c'è piacere più dolce di questo legame. Noi non vogliamo distruggere le nostre passioni, né esserne tiranneggiati, ma vogliamo servircene e regolarle.
Da tutto quello che abbiamo detto si vede anche quanto lontani sono dalla giusta idea di filosofo quegli indolenti che, dediti ad una oziosa meditazione, dimenticano la cura dei loro affari temporali, e di tutto ciò che si chiama fortuna. Il vero filosofo non è tormentato dall'ambizione, ma vuole le comodità della vita; oltre lo strettamente necessario, gli occorre un onesto superfluo necessario ad un onest'uomo, senza il quale non si è felici: è la base della decenza e dello star bene. La povertà ci priva del benessere, che è il paradiso del filosofo: bandisce da noi tutte le delicatezze sensoriali, e ci allontana dal commercio della gente onesta.
Del resto, più si ha buon cuore, più si trova motivo per soffrire della propria miseria: ora per un favore che non potere fare ad un vostro amico, ora per una occasione di essergli utile, di cui non potete approfittare. Voi vi rendete giustizia nel fondo del vostro cuore, ma nessun altro può penetrarvi; e se si conosce la vostra buona disposizione, non è un male non poterla portare alla luce?
Invero, noi non stimiamo meno un filosofo che sia povero; ma noi lo bandiremo dalla nostra società, se egli non lavorerà per liberarsi dalla miseria. Non temiamo di tenerli a carico: li aiuteremo nei loro bisogni; ma non crediamo che l'indolenza sia una virtù.
La maggior parte degli uomini che si fanno una falsa idea del filosofo, immaginano che gli basti ciò che è strettamente necessario: sono i falsi filosofi che hanno fatto nascere questo pregiudizio a causa della loro indolenza e delle loro massime abbaglianti. E' sempre il meraviglioso che corrompe il ragionevole: vi sono sentimenti bassi che fanno scendere l'uomo al livello della pura animalità; ve ne sono altri che sembrano elevarlo al di sopra di se stesso. Noi condanniamo ugualmente gli uni e gli altri, poiché non convengono all'uomo. Tirare un essere al di là di quel che è, con il pretesto di elevarlo, vuol dire corromperlo.
Mi farebbe piacere finire con alcuni altri pregiudizi comuni del popolo dei filosofi, ma non voglio fare un libro. Che essi si disingannino: sono come il resto degli uomini, e soprattutto in ciò che concerne la vita civile; liberatisi da alcuni errori, di cui gli stessi libertini avvertono la debolezza, e che oggi dominano solo sul popolo, sugli ignoranti e su quelli che non hanno agio di meditare, credono di aver fatto tutto. Ricordino che, se hanno lavorato sullo spirito, hanno ancora molto da lavorare su ciò che si chiama cuore e sulla scienza dell'osservazione.
References (3)
-
Response: bigdick Latin sideHi -
Response: order albuterol onlineCsar Chesneau du Marsais -
Response: it roma ricercaCésar Chesneau du Marsais

Reader Comments