Consumarsi, consumare
Il desiderio è la brama di consumare. Di assorbire, divorare, ingerire e digerire - di annichilire. Il desiderio non necessita di altro stimolo che la presenza dell'alterità. Tale presenza è sempre un affronto e un'umiliazione. E' una compulsione a colmare il divario con l'alterità, in qaunto attrae e repelle, seduce con la promessa dell'inesplorato e irrita con la sua evasiva, pervicace diversità. Il desiderio è un impulso a spogliare l' alterità della sua diversità e, così facendo, a delegittimarla. Dal processo di esplorazione, assaggio, familiarizzazione e addomesticamento l'alterità uscirebbe con l'aculeo della tentazione estratto e spezzato. (...) Per contro l'amore è il desiderio di prendersi cura e di preservare l'oggetto della propria cura. Un impulso centrifugo, a differenza del desiderio, che è centripeto. Un impulso a espandersi, a fuoriuscire, a protendersi all'esterno; a ingerire, assorbire e assimilare il soggetto nell'oggetto, non viceversa come nel caso del desiderio. L'amore consiste nell'aggiungere qualcosa al mondo, e ciascuna aggiunta è la traccia vivente del dio amante.
Così Zygmunt Bauman in Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi (Laterza, Roma-Bari 2004, pp. 14-15). Presentando una distinzione che fa pensare a quella di Lévinas tra bisogno e desiderio: con la differenza che Bauman chiama desiderio quel che Lévinas chiama bisogno, ed amore quel che Lévinas chiama desiderio. Succede. Abbiamo dunque due forze, due impulsi, due tensioni: una centripeta ed una centrifuga; una che incorpora l'altro, lo nega, lo umilia reagendo alla umiliazione che la sua stessa presenza implica; l'altra che al contrario nega il soggetto nell'oggetto, l'amante nell'amato. Nel primo caso l'altro è oggetto di consumo, nel secondo è oggetto di un amorevole prendersi cura -per cui sarebbe meglio essere amati che desiderati.
Ma: è proprio nell'altro - in questo-altro-qui - che io mi immergo, mi nego, mi lascio andare, amando? E' il suo volto, il suo carattere, i suoi difetti che amo? Da dove nasce questa follia di negarsi per un altro? Nasce dentro, nasce dal fondo. E dentro, dal fondo, nasce la persona amata. La quale non è mai questo-altro-qui, ma è una misteriosa Presenza, custodita dall'infanzia, e timidamente messa alla luce quando incontriamo qualcuno che vagamente ce la richiami: e poi furiosamente partorita, dolorosamente imposta al disgraziato oggetto del nostro amore. Sul quale peserà, ora, questa condanna di non poter essere più se stesso, ma di dover portare la maschera della nostra Presenza, di esere parto nostro, figlio o figlia, creatura generata dal nostro amore; e al tempo stesso sempre altro, ontologicamente inadeguato, e perciò tale da alimentare, fin nel fondo del nostro folle amore, un sottile dolore, un odio pudico, che prima o poi diventerà terrore, furia, infanticidio. Annichilimento dell'altro.
Essere amati è una delle disgrazie più grandi che possano capitare, una minaccia alla nostra identità, alla nostra alterità, alla nostra maturità: ci fa divini, perché dobbiamo portare i segni di una misteriosa perfezione; e al tempo stesso infantili, perché siamo appena nati, portati alla luce dalla forza dell'amore. Divini ed infantili come Eros.
La passione ha ben altra civiltà. Essa lascia all'altro la sua alterità, ed a me la mia: le alterità si incontrano, scontrano, si strofinano, lisciano, ammaccano, annusano: e quindi si congedano, stanche l'una dell'altra, consapevoli della propria e comune miseria, senza follie, senza violenza. Con la tristezza che è propria del nostro stato.

Reader Comments (22)
curare, coltivare, prendere la forma dell'altro, ma quanta forza ci deve essere, una forza immensa dell'io che si muta e si piega nell'assumere la forma dell'altro. no, non è fragilità, è un io forte, ha una forza che si teme e si fugge.
l'ultimo passo sulla passione mi ricorda, cattivi ricordi probabilmente, stirner, che sempre mi ha lasciato perplessa.
siamo miscugli di caos.
Questo sentimento, che per me è l'amore che ci fa sentire responsabili della bellezza della vita dell'altro, non lo so immaginare privo dolore.Perché vorremmo che l'amato fosse felice,che fosse bello e tenero tutto ciò su cui si posa il suo sguardo, e ci sentiamo responsabili della bellezza dei luoghi e dei giorni.E però siamo dolorosamente consapevoli di non poterlo tenere al riparo dalla sofferenza, dalla tragedia di esistere,dalla tristezza dell'inverno.Molti cenni ad un amore non dissimile, mi pareva di averli trovati nel tuo ultimo libro, se sono stata capace di capire quello che volevi dire.Anche se per me è tanto già ottenere che l'amato, nella tragedia inevitabile dell'esistere, possa dire di avere però anche conosciuto istanti e di vera dolcezza e profonda comprensione,di avere riso insieme a noi, di avere intravisto a volte nell'eros la scintilla del sacro, ed avere giocato con noi, il" gioco ridente di Afrodite divina".
Che ci può dire un essere assolutamente passivo?
Il piegarsi verso l'altro è prendere noi stessi nuova forma, perché la nostra identità non è cosa ferma e compiuta.
Un amore unilaterale è certo possibile, e dà un'ebbrezza che è follia, ma finisce con il non essere più amore e cresce solo di sé.
m. ha detto bene, chi ama lascia andare, sa anche lasciar andare.
Suscitare,è la parola che più mi viene in mente.E per fare questo scrutiamo nel fondo di noi stessi,alla ricerca dei nostri colori, ei nostri tesori.Ci si accende la fantasia,e siamo più che mai vivi.Ma ci sono diverse forme di creatività:la creatività che si impone all'altro, e quella che interpreta l'altro.Quest'ultima, intuisce il fiore attraverso l'osservazione e l'attenzione: ne comprende la bellezza; e poi crea tutte le condizioni,di spirito, di consapevolezza, di calore, perchè nasca il fiore che voleva nascere.E se dico che curiamo l'amato come una pianticella, secondo i suoi bisogni,e non secondo i nostri desideri,voglio appunto dire che sentiamo la libertà dell'amato:quindi anche che comprendiamo di non potergli imporre il nostro amore.Per questo,il sentimento intenso della libertà dell'amato,è soprattutto delicatezza.
Quella dell'argilla è una metafora contrapposta a quella della maschera che si impone:lasciarsi cambiare è una delle cose più feconde di un rapporto amoroso,ed ha ben poco a che vedere con la passività.Solo una personalità forte accetta ed ama di essere cambiata, gioiosamente contagiata dall'altro,senza timore alcuno di perdere se stessa.Era una metafora molto più sensuale, che non passiva.O almeno voleva esserlo.
Inoltre:perchè pensare che questo rapporta sia a senso unico?Io,ma questo è un discorso a parte,immagino che, mentre desidero la felicità dell'amato, l'amato desideri e cerchi la mia.Le due cose mi sembrano inevitabilmente legate.E mi sembra comunque che mai io sia riuscita a scoprire tante cose, senso, bellezza, tragedia, grazia,nella realtà, come quando la osservavo per raccontarla alla persona che amavo.La lotta che c'è nell'amore per me non può essere tra gli amanti, ma degli amanti con la natura, e con la scorrere del tempo.
A proposito di libri, e quanto al mio argomento sulla realtà che, se osservata spassionatamente, propone bellezza nuove, ed altre, diverse, sconosciute verità,e sulla possibile illusorietà della verità che custodiamo dentro: "La bella Chi, figlia del guardiano di confine Ai, quando andò a marito nello stato di Chin pianse e lacrimò tanto da inzuppare il bavero del vestito, ma dopo che fu giunta alla dimora regale, ebbe diviso l'alcova con il re ed ebbe mangiato la carne degli animali erbivori e granivori, si rammaricò d'aver pianto". ... ;-)
(grazie per avermi fatto conoscere un libro così bello)
La mia misera esperienza può poco.
Buonanotte
Buonanotte.
Chi non ha vissuto quello stato di grazia che tu descrivi forse davvero non ha vissuto. L'ho vissuto? Sì, ma non è stato immutabile e immarcescibile. Marcisce, Ludò. Il guazzabuglio che siamo - o che sono - non mi permette di trarre conclusioni, non ne sono in grado, meno che meno precetti di comportamento. Ognuno è quel che può essere e fa quel che può fare e come capisci frasi come queste non hanno significato. E il verbo potere equivale a dovere
Però, se il guazzabuglio che siamo non ci permette di trarre conclusioni, allora non dovrebbe permetterci nemmeno di concludere, perdonami, in modo tanto drastico e sicuro, circa l'assoluta passività del modo di amare di qualcuno di cui non sappiamo nulla, o circa il suo non aver nulla da dire.
Non lo so se ognuno è quel che può essere.So che ognuno potrebbe essere molte cose diverse.E,nel mio post puntellato di "forse", a me piaceva domandarmi- e domandare- cosa potremmo essere, come potremmo amare.
altri siano quel che siano
un saluto, dolce Ludò
renata
L'amore erotico, in particolare l'amore che rimane vivo in uno solo dei due, è qualcosa di molto diverso. (ho detto un'ovvietà, lo so). Ho trovato dei pensieri bellissimi su questo tipo di amore in Memorie di Adriano, un libro splendido.Anche L'erotismo di Bataille contiene delle verità che riescono a toccarmi.
Ma infine, quando l'amore finisce, cosa rimane?. "Resta un odore come merda secca/ lungo le siepi cariche di sole"(lasciamo che sia lui a dire l'ultima parola). m.
E, insomma, la metafora della madre, si, ma solo nel senso, bellissimo, che tu indichi, di permettere all'amato di costruirsi un'identita, di valorizzare i suoi tesori, di sognarlo non con la nostra fantasia, ma con la sua, per quello che di meraviglioso potrebbe realmente essere.Ma poi il parallelo finisce, perchè una madre non può permettersi di mostrare la propria fragilità.Mentre nel rapporto tra due amanti questo prendersi cura, se non reciproco, a me sembra che diventi umiliazione, e ingiustizia.E mi sembra che ognuno dovrebbe avere diritto alla propria, diversa, fragilità. Ed ed è tenero che, nei momenti di fragilità, ma anche di gioco, ognuno degli amanti possa sentire di essere essere bambino all'altro.
E' bello quello che hai scritto su tua figlia, lo sai?
Anche se forse la verità è che sta prioprio in questa sua distanza quasi divina, l'aspetto drammatico della personalità dell'imperatore.