Se sia lecito uccidere neonati
Peter Singer è uno più influenti
rappresentanti della filosofia morale anglosassone, che anche grazie al
suo contributo è passata dalla considerazione quasi esclusiva di
questioni di metaetica alle questioni di morale applicata, dall'analisi
distraccata e puramente teorica alla presa di posizione su questioni
concrete e scottanti. In particolare, Singer è noto per essere tra
quanti sostengono la necessità di ampliare la nostra sfera morale fino
ad includere gli esseri non umani, tacciando di "specismo" la
considerazione dell'uomo come unico soggetto morale. Gli animali,
sostiene in Liberazione animale,
sono capaci di soffrire non meno degli uomini, e pertanto anch'essi
vanno considerati soggetti morali. Singer non è solo il teorico della
liberazione animale, ma anche il pensatore che ha affrontato
coraggiosamente - spesso provocatoriamente - le più scottanti questioni
etiche, bioetiche e politiche. Una summa del suo pensiero è il volume Scritti su una vita etica,
recentemente apparso in edizione italiana (Il Saggiatore, Milano 2004),
che raccoglie saggi e capitoli delle sue opere più importanti.
Vorrei qui analizzare il discorso di Singer riguardo al problema del valore morale del feto e dell'embrione.
Singer parte dal seguente sillogismo: è sbagliato uccidere un essere
umano innocente; un feto umano è un essere umano innocente; quindi è
sbagliato uccidere un feto umano. Questa tesi antiabortista, sostiene,
è viziata di specismo. Evidentemente, un feto non è un essere umano nel
senso di uomo: sarà un uomo, ma non lo è attualmente. Per essere umano
si intende, invece, "appartenente alla specie Homo Sapiens". Ma questo
è specismo, la posizione che Singer contesta. L'appartenenza ad una
specie piuttosto che ad un'altra è irrilevante; ciò che conta è altro.
Ciò che conta sono le caratteristiche reali di un essere: la capacità
di soffrire, l'autonomia, l'autocoscienza. Da questo punto di vista, un
feto è meno degno di considerazione di un cane, ad esempio, perché
quest'ultimo ha maggiore consapevolezza e capacità di soffrire.
Di qui alcune conclusioni:
1) Un feto non ha più valore di un animale con simili caratteristiche.
2) Un feto non ha alcun valore intrinseco fino a quando non diventa capace di provare dolore.
3a) Quando il feto diventa cosciente, l'aborto non va preso "alla
leggera", ma "i seri interessi di una donna dovrebbero di norma
superare i rudimentali interessi anche di un feto cosciente"; 3b)
"anzi, anche un aborto in tarda gestazione e per motivi banali è
difficile da condannare, a meno di non condannare ugualmente il
massacro di forme di vita di gran lunga più evolute per il mero gusto
delle loro carni" (Scritti su una vita etica, cit., pp.176-177).
Lasciamo in sospeso la conclusione 1): la sua confutazione, ammesso che
sia possibile, ci porterebbe lontano. Vediamo invece la conclusione 2).
Singer considera elemento discriminante la capacità di provare dolore.
Non si ripropone, qui, una forma di specismo, benché allargato? Gli
esseri viventi capaci di soffrire sono solo quelli che dispongono di un
sistema nervoso. Considerare questi ultimi degni di considerazione
morale vuol dire escludere la maggior parte degli esseri viventi. E
perché poi proprio la capacità di provare dolore? Come ha osservato
Kenneth Goodpaster, il dolore è un semplice strumento, che serve ad
avvisare un animale di un pericolo interno o esterno ("On Being Morally
Considerable", in Journal of Philosophy,
n. 75, 1978, pp. 308-325). Il
fine, l'interesse che il dolore serve, è la sopravvivenza (per i
funzionalisti la stessa mente è uno strumento per l'adattamento
all'ambiente ai fini della sopravvivenza). Si potrebbe soccorrere la
conclusione di Singer sostenendo che l'uomo è capace di provare
compassione per gli animali che soffrono e non per quelli che non sono
capaci di soffrire, ma in questo modo si introdurrebbe nel discorso
morale un elemento emotivo e sentimentale che ne inficia il rigore; e
peraltro è possibile anche postulare l'esistenza di un sentimento di
unità con tutto ciò che esiste (quella che Scheler chiama unipatia),
che raggiunga anche le piante e gli insetti. Sembra più plausibile un
differente criterio per il riconoscimento del valore intrinsero di un
essere: è dotato di valore intrinseco ogni essere che cerchi di
mantenersi in vita. Questo criterio sembra combaciare con il criterio
della sacralità della vita: poiché ogni vita cerca di sostenersi, ogni
vita è dotata di valore - religiosamente sacra. In realtà le due
posizioni combaciano imperfettamente, poiché non ogni essere vivente
cerca di sostenersi in vita. Un essere può decidere coscientemente che
il non essere, la non vita è preferibile alla vita. Un essere, inoltre,
può decidere incoscientemente di non essere, quando il proprio corpo
non è più in grado di sostenersi e non è in grado di
affermare coscientemente la propria preferenza per la vita. In
quest'ultimo caso, può non essere moralmente obbligatorio contrastare
il no alla vita di un essere.
In base a questo principio, la conclusione 2) di Singer non è
accettabile. Un feto ha valore intrinseco prima di diventare capace di
provare valore. Quando un feto comincia ad avere valore intrinseco?
Dall'inizio. Già l'embrione è dotato di valore intrinseco.
Veniamo alla conclusione 3) di Singer. Nel caso di una donna che
abortisce un feto cosciente, sono in ballo due interessi: l'interesse
della donna, che Singer al tempo stesso definisce "seri" e "banali"
(sono seri anche quando sono banali, pare di capire), dall'altro il
"rudimentale interesse" di un feto. Quale è l'interesse di un feto?
Mantenersi in vita. E' un interesse vitale, testimoniato dal fatto che
il feto si nutre e cresce. Nel caso di una donna che abortisce per non
rinunciare ad una gita in montagna (l'esempio è di Singer), c'è un
conflitto tra due interessi, l'interesse di un essere a) per lo svago e
l'interesse di un essere b) per la sopravvivenza. Il primo è un
interesse non vitale, il secondo è un interesse vitale. Sembra che ci
siano buone ragioni per ritenere moralmente condannabile il sacrificio
dell'interesse vitale di un essere per un interesse non vitale di un
altro essere. Questo vale non solo nel caso dell'aborto. E' moralmente
condannabile la distruzione di piante per semplice divertimento, così
come sempre meno giustificabile è la caccia, vale a dire l'uccisione
per svago di esseri non umani. La conclusione 3b) non regge, perché
l'uccisione di forme di vita non umane è motivata da un interesse
vitale (la nutrizione, e quindi la sopravvivenza), anche se è possibile
condannare la scelta di esseri capaci di soffrire.
Singer prende poi in considerazione una possibile obiezione: un feto è
diverso da ogni vita non umana, perché è potenzialmente un uomo. Questa
obiezione non è valida, per Singer, perché "non esiste nessuna regola
la quale dica che un X potenziale abbia lo stesso valore o tutti i
diritti di un X" (ivi, p. 178). Il principe Carlo, semplifica Singer,
non ha le stesse prerogative di un re. Questo significherebbe che non
abbiamo alcun dovere nei confronti delle generazioni future, poiché
sono esseri potenziali, uomini di cui attualmente non esiste che
l'embrione: o nemmeno quello. Come è noto, questa convinzione è stata
discussa e criticata in uno dei più importanti testi di filosofia
morale del Novecento: Il Principio Responsabilità di Hans Jonas.
Lasciamo in sospeso la questione dell'essere-in-potenza, e giungiamo al
punto cruciale. Se un essere umano va giudicato alla pari con un essere
non umano, se un feto non ha valore intrinseco, allora nemmeno la vita
di un neonato ha valore intrinseco. Per il neonato valgono gli stessi
argomenti che valgono per il feto: e così come è moralmente
giustificabile l'aborto, è moralmente giustificabile anche
l'infanticidio. Questa non è solo una obiezione; è la conclusione 4)
del ragionamento di Singer: "Se il feto non ha lo stesso diritto alla
vita di una persona, allora ne deriva che neanche il neonato ha questo
diritto, e che la vita di un neonato ha meno valore per lui stesso di
quanto la vita di un maiale, di un cane o di uno scimpanzé abbiano per
l'animale non umano" (p. 180). Chi nega la legittimità
dell'intanticidio, incalza Singer, lo fa per motivi emotivi che sono
assolutamente irrilevanti ai fini del discorso morale; d'altra parte,
sappiamo che in varie epoche storiche e presso vari popoli
l'infanticidio è stato praticato, senza che se ne avvertisse
minimamente la gravità; la sacralità del neonato è più una conseguenza
del cristianesimo, che un dato universale. Questo argomento è piuttosto
debole. Il fatto che un comportamento sia presente presso una o più
culture non dimostra nulla: come i singoli, le culture sono
criticabili; se fosse altrimenti, non avrebbe senso la riflessione
morale, essendo il bene e il male incarnato nei costumi di un popolo.
Lo stesso Singer critica l'indifferenza occidentale per la sofferenza
animale.
La conclusione di Singer contrasta nettamente con il già citato Jonas
del Principio Responsabilità. In quella che è forse la pagina più bella
di quel capolavoro, Jonas individua nel neonato il caso in cui il
semplice essere di un ente implica un dovere. Con la sua sola presenza,
il neonato "postula in modo immanente ed evidente un dovere degli
altri" (Il Principio Responsabilità, Einaudi, Torino 1993, p. 163). Non
è possibile liquidare questo argomento - autoevidente - come una caduta
nell'emozione, estranea al discorso morale. Quel che Jonas mette in
luce, e che Singer trascura, è la dipendenza che un essere ha nei
nostri confronti. L'essere che più dipende da noi è quello verso il
quale abbiamo maggiori obblighi morali; quelli cui dobbiamo riconoscere
un maggiore valore intrinseco. Se oggi giungiamo, in Occidente, a porci
il problema della vita non umana, è perché questa come mai in passato
dipende dagli uomini. Nessuno in passato si sarebbe posto il problema
del valore dei lupi. Oggi che l'esistenza della specie è nelle nostre
mani, avvertiamo il valore intrinseco del lupo e la nostra
responsabilità nei suoi confronti. Oggi, ancora, si pone il problema
dei nostri doveri verso i posteri, così ben posto da Jonas: perché oggi
siamo in condizioni di esaurire le risorse naturali e di rendere
impossibile o estremamente difficile la vita futura sul pianeta. Anche
l'essere-non-ancora-esistente acquista un valore intrinseco, se il suo
venire all'essere e la qualità della sua vita dipendono dalle nostre
scelte.
Con la crescita e la nutrizione, ogni essere afferma il proprio sì alla
vita. Nel caso del neonato, questo sì alla vita è problematico, poiché
il neonato non può sussistere in vita senza l'aiuto dell'adulto. Questo
non vuol dire che il suo sì alla vita sia debole. Il neonato cerca la
vita con vigore, come dimostra il pianto provocato dalla fame.
Piuttosto, il suo sì è una domanda, un appello. Il neonato chiede la
propria vita all'adulto. Nel prendersi cura del neonato, l'adulto
conferma il suo sì alla vita, ed è qui la radice del suo profondo senso
di soddisfazione e di tenerezza. La situazione si ripropone, del resto,
con ogni essere, anche non umano, che faccia appello a noi per la
propria esistenza. Dar da mangiare ad un gatto affamato, rimettere in
sesto una coccinella che sia finita a zampe all'aria, aiutare un
anziano incapace di camminare: tutto ciò fa di noi un sostegno ad un sì
alla vita in difficoltà; e tutto ciò provoca un genere di soddisfazione
del tutto particolare, che possiamo chiamare senz'altro soddisfazione
morale.
Ho proposto questo criterio per distinguere un essere dotato di valore
intrinseco da uno privo di valore intrinseco: è dotato di valore
intrinseco ogni essere che cerchi di mantenersi in vita. La
considerazione del caso del neonato avverte della seguente conseguenza:
l'appello rivoltoci da un essere dotato di valore intrinseco obbliga
moralmente. Se riconosciamo il valore intrinseco di un essere, non
possiamo non sentirci obbligati ad aiutarlo a sopravvivere. L'uomo si
realizza moralmente quando afferma in qualsiasi modo la vita, e nel
modo più profondo quando sostiene la vita in difficoltà, perché è in
quel caso che la sua azione diviene determinante. Il sì alla vita
nascente è l'affermazione morale più alta che sia possibile ad un
essere umano; l'infanticidio, il crimine peggiore.
References (1)
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Response: JamarcusChris

Reader Comments (11)
Spinoza non riconosce, in altra parte dell'Etica, nulla che si avvicini ai vincoli di amicizia e di mutua consuetudine all'infuori degli uomini: «la ragione dell'utilità nostra non richiede di conservare ma ci insegna a conservarlo, a distruggerlo o ad adattarlo in qualsiasi modo, per il nostro uso»
Spinoza parla di utilità nostra, di «trattarli come più ci conviene». Un'etica utilitaristica di un utile non immediato ma lontano nel tempo, di un tempo eterno, coinciderebbe forse con l'imperscrutabile progetto divino, coinciderebbe con la perfezione?
Comprendo poco di questo guazzabuglio che si ostinano nei secoli a chiamare Ragione, la mia di ragione è troppo labile, umorale, intrisa sempre di altro, irridente di sé stessa, negatrice ottusa, per provare a opporre altri criteri. Le conclusioni pratiche di Singer mi ripugnano abbastanza e ciò mi basta.
Se il sacrificio di un babbuino salva la vita di un uomo, di un bambino, non ho esitazioni, e nello stesso tempo avverto la vita del babbuino come di un valore maggiore proprio perché sacrificata a noi.
Fra un ritardato mentale e un animale continuo a scegliere, se questa è la sola scelta che si offre, l'animale per gli esperimenti.
Il criterio del valore intrinseco dato da un essere che cerchi di mantenersi in vita è dotato di gradualità al suo interno, c'è in esso distinzione? Ché ogni cellula, ogni virus, ogni tumore, ogni cancro cerca di mantenersi in vita e lo fa a spese di altro che a sua volta cerca di mantenersi in vita, e se è così, da un lato, c'è un annullarsi di differenze, il cancro che divora, il leone che sbrana, l'uomo che uccide hanno un loro modo di mantenersi in vita, fino a quello più violento dell'uomo contro colui che ritiene un pericolo per la sua sussistenza, sia o meno reale il pericolo.
Il corpicino malato di un bambino che va verso la morte impedisce i nostri sforzi per salvarlo perché non percepiamo più nulla che cerchi di mantenersi in vita?
Un uomo che decida coscientemente il non essere non è dunque di per sé un essere "immorale" che si pone al di fuori del criterio mantenersi in vita? L'uomo che cerca la sua morte non avverte in sé il respiro dei polmoni, il pulsare del cuore, non avverte il suo corpo che è vita e cerca di mantenersi in vita?
Se non lo contrastiamo, non facciamo forse una gerarchia simile a quella di Singer e teniamo conto della determinazione cosciente più che non del criterio del mantenersi in vita?
I bambini spesso si divertono a schiacciare insetti, a catturare e uccidere lucertole, a privare le chiocciole del loro guscio. Come si sviluppa poi quel senso di riconoscere il mantenersi in vita, che significa che si dà di per sé, che si impone di per sé con autoevidenza come dice Jonas?
Ciascuno cresce solo se sognato? No, non accade, siamo noi che cresciamo se sogniamo l'altro, che sia un piccolo insetto con le zampe all'aria, che sia il feto nel ventre di una donna, che sia la persona che amiamo nonostante lei stessa. E il "riconoscere" ciò che si mantiene in vita è sogno, senza attribuire a questo termine niente di illusorio, irreale e non presente.
Il valore e riconoscere il valore è una distinzione di non poco conto e che si rimbalza in un gioco di specchi a me non facilmente distinguibile, essere e dover essere, realtà e sogno. Perché vedere il mantenersi in vita dell'altro, piccolo essere con sei zampe, feto di poche cellule informi o persona speciale, è sogno, il vedere è sogno, niente ci obbliga al riconoscere nel mondo, nel suo marasma di morte e vita se non caos e non senso in una catena infinita, oltre è sogno.
Anche le mie risposte sono domande.
Vediamo le questioni una per una.
1. "Un'etica utilitaristica di un utile non immediato ma lontano nel tempo, di un tempo eterno, coinciderebbe forse con l'imperscrutabile progetto divino, coinciderebbe con la perfezione?". Non ho capito che vuoi dire.
2. "Se il sacrificio di un babbuino salva la vita di un uomo, di un bambino, non ho esitazioni, e nello stesso tempo avverto la vita del babbuino come di un valore maggiore proprio perché sacrificata a noi." La vita del babbuino, una volta sacrificata, non ha più alcun valore, per il motivo evidente che può aver valore solo ciò che esiste. Se dici che la vita del babbuino ha valore prima che venga soppresso, e che in generale la specie dei babbuini ha valore se serve a salvare la vita degli uomini, neghi il valore intrinseco per affermare un valore estrinseco: il babbuino vale per altro, non per sé; non ha diritto all'esistenza come essere-per-sé, ma solo come essere-per-altro. E' come dire che un albero secolare non ha valore in sé, ma solo per il estetico che provoca nel possibile osservatore.
3. "Il criterio del valore intrinseco dato da un essere che cerchi di mantenersi in vita è dotato di gradualità al suo interno, c'è in esso distinzione?". Credo di sì. Bisognerebbe introdurre il principio del dolore, ma solo in seconda istanza. Cioè: a) ogni essere che cerchi di mantenersi in vita afferma con ciò il proprio valore, e perciò la sua soppressione è immorale; b) è lecito sopprimere un essere - negare cioè il suo interesse vitale - solo per soddisfare un mio interesse vitale; c) se possibile, è moralmente obbligatorio scegliere di sacrificare la vita che non prova sofferenza. Ad esempio, io ho il diritto di sopprimere esseri viventi per alimentarmi; ma è moralmente obbligatorio sopprimere solo esseri che non soffrano; è moralmente obbligatorio, cioè, essere vegetariano.
4. "Il corpicino malato di un bambino che va verso la morte impedisce i nostri sforzi per salvarlo perché non percepiamo più nulla che cerchi di mantenersi in vita?". Nel caso di un individuo le cui funzioni vitali siano irrimediabilmente compromesse, ed in assenza di coscienza, ogni intervento per mantenerlo in vita sarebbe accanimento terapeutico. Ma se il corpo lotta, è moralmente obbligatorio sostenerlo in ogni modo.
5. "Un uomo che decida coscientemente il non essere non è dunque di per sé un essere "immorale" che si pone al di fuori del criterio mantenersi in vita?". Il suicida è immorale, poiché la base della morale è l'affermazione della vita. Il suicida distrugge la morale dalla radice. Naturalmente, non è escluso che abbia ragione lui, e che la morale non sia altro che un trucco per mandare avanti l'incantesimo.
6. "Se non lo contrastiamo, non facciamo forse una gerarchia simile a quella di Singer e teniamo conto della determinazione cosciente più che non del criterio del mantenersi in vita?". Sì, in questo caso è doveroso contrastare il proposito suicida. Diverso è il caso di un individuo il cui corpo vada da sé verso la morte. Un individuo gravemente ammalato, che chieda che gli venga concessa una buona morte, andrebbe aiutato.
7. "I bambini spesso si divertono a schiacciare insetti, a catturare e uccidere lucertole, a privare le chiocciole del loro guscio. Come si sviluppa poi quel senso di riconoscere il mantenersi in vita, che significa che si dà di per sé, che si impone di per sé con autoevidenza come dice Jonas?". Jonas parla del caso del neonato. Per quanto riguarda il rispetto degli animali, mi viene in mente una scena del film "Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera" di Kim Ki-duk. Un bambino, discepolo di un monaco buddhista, tormenta degli animali legando al loro corpo una pietra, che ne impedisce i movimenti. Il maestro lo osserva. Di notte, lega al suo corpo un grande masso. Al risveglio, il bimbo non riesce a muoversi. Il maestro gli spiega che nella stessa condizione si trovano ora gli animali che ha tormentato. Non credo che sia difficile sviluppare questo senso di reciprocità.
8. "... vedere il mantenersi in vita dell'altro, piccolo essere con sei zampe, feto di poche cellule informi o persona speciale, è sogno, il vedere è sogno, niente ci obbliga al riconoscere nel mondo, nel suo marasma di morte e vita se non caos e non senso in una catena infinita, oltre è sogno". Niente ci obbliga a prendere sul serio il mondo, a credere nell'esistenza degli esseri e perfino di noi stessi: possiamo fare i tre passi oltre la frontiera, e vedere tutto e tutti attraverso le nebbie: e ridere della morale. Ma finché siamo al di qua della frontiera, crediamo alla vita, e siamo esseri morali. Viviamo come-se lo stare al mondo avesse una sua grammatica, di cui cerchiamo di chiarire a noi stessi le regole e le eccezioni.
Vediamo le questioni una per una.
1. Non ho capito che vuoi dire.
Neppure io, temo. Volevo solo intendere che, una qualunque teoria - in questo caso un'etica utilitaristica - portata a una sottigliezza di ragionamento infinita riesca ad essere perfetta, io non ne ho trovata alcuna, posso immaginare che sia. Un utile totale costituirebbe la perfezione del mondo.
2.
Sì, possiamo dare valore in sé ai babbuini. Non ci riesco. Se l'unica soluzione per salvare un bambino fosse la morte di un babbuino non avrei esitazioni, ripeto.
Nel punto 3. dici: b) è lecito sopprimere un essere - negare cioè il suo interesse vitale - solo per soddisfare un mio interesse vitale. Forse va applicato anche in un caso del genere. Non so se tu lasceresti morire il bambino.
Il valore, e anche il valore in sé, credo esista solo per una coscienza che lo pronuncia come tale, sono ancora malata di antropocentrismo, sia pure di un antropocentrismo che si sforza di decentrarsi, di trovare altri punti di vista. Un albero secolare nel vuoto è nulla. Una coscienza gli può attribuire un valore, perché bello e maestoso o perché semplicemente vivo, e vivo a lungo nel suo silenzio.
Sugli altri punti che seguono, concordo con te. Anche se con una cautela che si avvicina alla negazione, sono favorevole all'eutanasia.
"Naturalmente, non è escluso che abbia ragione lui, e che la morale non sia altro che un trucco per mandare avanti l'incantesimo."
Quando faremo tre passi oltre la frontiera lo sapremo.
Propendo a rispettare il suicida e a non trovarlo immorale, non ho criteri stabili, come vedi.
7. "Di notte, lega al suo corpo un grande masso. Al risveglio, il bimbo non riesce a muoversi. Il maestro gli spiega che nella stessa condizione si trovano ora gli animali che ha tormentato. Non credo che sia difficile sviluppare questo senso di reciprocità."
Non so se sono così fiduciosa. Forse le persone non trovano abbastanza maestri. Eppure l'evidenza di per sé non dovrebbe avere bisogno di maestri.
Spero poi che il bambino non acuisca il bisogno di tormentare dopo essere stato a sua volta tormentato dal maestro e ad esempio non continui a seviziare gli animali di nascosto. Ho sempre dubbi su tutte le pratiche educative.
"Niente ci obbliga a prendere sul serio il mondo, a credere nell'esistenza degli esseri e perfino di noi stessi: possiamo fare i tre passi oltre la frontiera, e vedere tutto e tutti attraverso le nebbie: e ridere della morale."
Chissà come si comporterebbe un tale individuo. Forse si accascerebbe al suolo in un'inazione totale dato che nulla esiste? O invece percorerebbe il mondo lasciandosi andare a ogni sregolatezza dato che nulla esiste?
"Viviamo come-se lo stare al mondo avesse una sua grammatica, di cui cerchiamo di chiarire a noi stessi le regole e le eccezioni."
Sì. Il come-se è ciò che chiamavo sogno.
--
Come scherzo con la vita: già, ero poeta. Nonostante la mia innata malinconia, non ho mai potuto prendere sul serio qualcosa, nemmeno i miei propri gravi pensieri. (A. Strindberg)
1. Nessuna teoria perfetta è pensabile. Le teorie sono coperte troppo corte: lasciano scoperti i piedi, o la testa. Sempre. Poi, certo, ognuno può sognare o immaginare o temere il paradiso che crede. Partendo da una teoria, o dall'ultimo ritrovato della moda, o dall'andatura di quella bimba che attraversa la strada.
2."Forse va applicato anche in un caso del genere. Non so se tu lasceresti morire il bambino." E' lecito sopprimere un essere - negare cioè il suo interesse vitale - solo per soddisfare un mio interesse vitale vuol dire proprio che non lascerei morire il bambino. Per favore, leggi con attenzione, prima di commentare.
3. "Il valore, e anche il valore in sé, credo esista solo per una coscienza che lo pronuncia come tale, sono ancora malata di antropocentrismo...". Questo non c'entra nulla. La coscienza è la fonte del riconoscimento del valore: ma non mi pare che per questo si possa riconoscere valore solo a ciò che ha coscienza. Senza coscienza non c'è giudizio estetico: ma la Gioconda non ha coscienza.
4. "Propendo a rispettare il suicida e a non trovarlo immorale, non ho criteri stabili, come vedi." Eri tu a sospettare che il suicida sia immorale. Io ti ho risposto che certo è così (non mi risulta che in nessuna concezione morale il suicidio sia considerato morale; nemmeno in Schopenhauer, se non il suicidio per inedia), ma ho anche aggiunto che è possibile che abbia ragione lui, e che la morale sia un trucco. Mi pare evidente il mio rispetto per chi decide di togliersi la vita.
5. "Chissà come si comporterebbe un tale individuo. Forse si accascerebbe al suolo in un'inazione totale dato che nulla esiste? O invece percorerebbe il mondo lasciandosi andare a ogni sregolatezza dato che nulla esiste?". Forse seguirebbe la via indicata dalla Bhagavad-Gita: agirebbe rinunciando totalmente ai frutti dell'azione.
Al punto 2. mi pareva ribadissi il concetto di valore in sé della vita, intrinseco al babbuino in questo caso. Non devo avere compreso.
Così per il suicidio, traevo quelle che mi parevano le conseguenze del valore del "mantenersi in vita", poi hai precisato meglio quello che intendevi.
Hume accettava il suicidio come atto di coraggio, se non ricordo male, ho letto troppi anni fa quel libercolo.
Ti ringrazio. Buonanotte.
Il concetto di valore in sé della vita è fuori discussione. Provo a spiegare ancora una volta. Il babbuino, come ogni forma di vita, in quanto cerca di mantenersi in vita (nutrendosi, crescendo, adattandosi all'ambiente ecc.) ha un valore intrinseco. Nonostante questo valore intrinseco, un essere può essere soppresso per soddisfare un interesse primario (la sopravvivenza) di un altro essere, senza che ciò si possa considerare immorale. Nessuno considera immorale il leone che mangia l'antilope; per lo stesso motivo, non è immorale usare un babbuino per salvare la vita ad un bambino. Ma questo non vuol dire affatto che il babbuino abbia valore in quanto permette di salvare la vita ad un bambino. Qui non si tratta di un essere totalmente privo di valore, che ne acquista uno (estinseco) venendo sacrificato ad un altro essere, ma di un essere dotato di valore intrinseco, che viene sacrificato nonostante questo valore intrinseco.
Avevo parlato di un valore maggiore infatti. Il sacrificio di avere offerto la vita senza il suo consenso lo rende degno di rispetto più alto e di una specie di risarcimento, ad esempio attraverso lo sviluppo di una medicina che non abbia più bisogno di servirsi di animali.
Volevo fare un'ultima distinzione sul significato di valore intrinseco.
"Nonostante questo valore intrinseco, un essere può essere soppresso per soddisfare un interesse primario (la sopravvivenza) di un altro essere".
Un essere umano, per quanto minorato, senza coscienza, debole, non penso possa essere soppresso mai - come vuole il Singer - per soddisfare un interesse primario di altro essere.
Il valore intrinseco dell'essere umano va al di là di ogni suo essere attuale, ciò non era in Aristotele, secondo cui mi pare neppure uno zoppo era un essere umano completo, che il Singer veda nella minorità mentale un motivo per potersene servire a piacimento ancora una volta mi ripugna.
Grazie.
Valore maggiore, sì, ma di genere diverso: valore non più intrinseco, ma estrinseco. Allo stesso modo il cuoco potrebbe dire che il maiale ha valore, in quanto gli consente di cucinare l'arrosto. In entrambi i casi - ricerca scientifica o alimentazione - un essere è ucciso per soddisfare un interesse primario (guarire da malattie gravi o nutrirsi) umano.
Credo anch'io che non essere umano non possa essere mai soppresso per soddisfare l'interesse primaruio di un altro essere umano. Il criterio riguarda i rapporti tra specie diverse: e non (e questo è tutto ciò che sono disposto a concedere alla critica di Singer allo "specismo") solo nel senso che l'uomo possa uccidere, per nutrirsi o per la ricerca scientifica, esseri non umani; lo stesso diritto spetta al leone: e a degli ipotetici extraterresti, che venissero sulla terra e cominciassero a sequestrare esseri umani per servirsene ai fini della loro ricerca scientifica, si avrebbe poco da obiettare. Da'altra parte, v'è almeno un caso in cui l'uccidere un altro essere umano per soddisfare un proprio interesse vitale può essere non così facilmente condannabile dal punto di vista morale. Immaginiamo che due individui si perdano nel deserto, senza avere a disposizione alcuna cosa mangiabile. Se uno dei due uccidesse l'altro e lo mangiasse per sopravvivere, non avrebbe certo compiuto un'azione morale, ma, forse, nemmeno un'azione moralmente condannabile.
Tanto non riesce a muoversi che diventerà un assassino.
"Tanto non riesce a muoversi che diventerà un assassino".
Non credo possa sostenersi che l'intento di Kim Ki-duk fosse quello di far passare tale messaggio.
Il monaco spiega infatti al ragazzo che se non riuscisse a salvare gli animali torturati, ciò si ripercuoterebbe sul suo futuro.
Orbene: il ragazzo non riesce a salvarli e per questo, scoppia in un pianto dirotto.
Ergo: ogni azione nefasta si riverbera non solo sul circostante, ma anche su chi la compie.
Meglio non avere misure allora se questa è la misura. Sì, senza misure e lasciare andare questo mondo senza senso.